Oltre il sorriso

Bruno nella missione di giugno a Kimbondo

Tornare in Africa è un po’ come rincontrare una vecchia fidanzata,  sai che sarà cambiata, pur se è rimasta sé stessa e che sarà una sorpresa rivedersi di nuovo.

Ed è così anche questa volta. Il nuovo aeroporto, pur essendo completamente ristrutturato, mi accoglie con gli odori ed il frastuono di sempre. Centinaia di persone che si muovono come mosche impazzite e che mi passano davanti urtandomi, spingendo e scavalcando qualsiasi ostacolo gli si frapponga avanti. Parlano con voce troppo alta, per non risultare quasi gridata. All’esterno, come api sul miele, vengo circondato da improbabili taxisti che si offrono di portarmi ovunque. Mi guardo intorno cercando con gli occhi la sagoma familiare della jeep dell’ospedale, che dovrebbe essere come al solito ferma nel piazzale di sosta,  in attesa del mio arrivo, ma in quella confusione, di sera, è praticamente impossibile distinguere le persone e non riesco a scorgere nessuno. Penso che mi verranno loro a cercare e mi metto paziente ad aspettare, mentre mi godo il piacere di riassaporare, ancora una volta, le colorate atmosfere del Congo.

Passa più di un’ora prima che riesca a scorgere l’ambulanza con dentro Padre Hugo. Non vi nascondo che cominciavo a sentire un certo disagio: il mio telefonino non ne voleva sapere di connettersi con la rete africana e non avevo con me nessun dollaro che mi permettesse di comprare una scheda congolese. Avevo già cominciato a contrattare con un taxista il prezzo della corsa, usando il mio francese molto approssimativo e gli avevo appena chiesto se accettava gli euro, quando ho visto l’auto con la scritta dell’ospedale.

Il viaggio di ritorno dall’aeroporto è più lungo del solito, perché la strada appena terminata lo scorso anno è stata devastata dalle piogge torrenziali nel mese dei monsoni. Impieghiamo oltre due ore per percorrere gli scarsi 30 chilometri che ci separano da Kimbondo e il tragitto assomiglierà molto ad una gara di fuoristrada  intensivo, neanche fossimo alla Parigi-Dakar. Arriviamo infine a notte inoltrata all’ospedale e, dopo 20 ore di viaggio, mi concedo un giusto riposo.

La mattina successiva, appena sveglio, vado a salutare Gracia e Gaetha, le dottoresse congolesi che sono state finalmente assunte dall’ospedale al posto del “macellaio” e del dott. Aimè.  E visto che questo era uno dei punti che avevamo messo come condizione per continuare la collaborazione con l’Hub for Kimbondo, spunto sulla mia agenda il primo compito e lo marco col segno “+”. Le cose cominciano per il verso giusto e questo è di buon auspicio per la mia missione e lo prendo come un segnale di incoraggiamento nel proseguire nei compiti che mi sono stati assegnati dal direttivo.

A metà mattinata vado sul cantiere delle nuove sale chirurgiche per l’incontro con Paolo Vanini e con Claudio Ducoli. Trovo quest’ultimo indaffarato con l’impianto di condizionamento, mentre gli operai sono intenti a piastrellare il pavimento. Aspetto che si fermi per una pausa e comincio ad illustrargli la mia idea circa lo spostamento del nostro ambulatorio, facendogli presente tutti i problemi legati all’impiantistica, affinché non si ripetano gli errori fatti nella costruzione del vecchio. Dopo circa mezz’ora di discussione serena e franca, arriviamo entrambi alla conclusione che il posto migliore dove collocare il nuovo reparto odontoiatrico sia accanto alle sale operatorie, in una nuova struttura da costruire ex novo. Ma Paolo sarà d’accordo?

Mi preparo ad una lunga contrattazione col presidente dell’Hub, ma Vanini mi stupisce. Ci raggiunge dopo circa un’ora e non appena gli illustriamo tutte le problematiche tecniche e logistiche, si dichiara completamente d’accordo con noi. Il nuovo ambulatorio sarà fatto accanto alle nuove sale chirurgiche. Resta solo un dettaglio da chiarire, ma  non di  poco conto: chi finanzierà la nuova struttura?  Ci ripromettiamo di unire gli sforzi e di trovare i 40mila euro necessari con l’aiuto di tutti. Sulla mia agenda  personale aggiungo un “+ “ e un” –“ alla voce ambulatorio e comincio a programmare gli incontri dei giorni successivi.

Il giorno dopo è domenica e terminata la messa, a cui non si può mancare, faccio una visita ai vari reparti. Ho modo di apprezzare le modifiche fatte nei vari padiglioni e vengo fermato ad ogni metro da bambini che hanno solo voglia di essere abbracciati e di giocare con qualcuno. Dedico loro tutto il tempo possibile e all’ora di pranzo, come sempre a base di riso, pasta e pollo, incontro gli altri volontari presenti a Kimbondo, con i quali ho modo di parlare di quanto successo nell’ultimo anno. Nel pomeriggio mi dedico alla lettura e divoro un libro ambientato nel medio evo, che poso solo dopo averlo finito.

Lunedì è il mio primo giorno di ambulatorio e alle otto e mezza sono davanti alla porta in attesa di cominciare. Le dottoresse spengono subito il mio entusiasmo e mi fanno presente che il compressore comprato lo scorso anno non dà segni di vita. Cerco in tutti i modi di rimetterlo in funzione, ma non c’è verso:  l’apparecchio maledetto non ne vuole sapere. Mi attivo e tramite Madlen, mi metto in contatto con un tecnico indiano che ho conosciuto lo scorso anno e lo supplico di intervenire. Mi risponde dicendo che se glielo porto il giorno successivo, farà di tutto per rimetterlo in condizioni di lavorare il più presto possibile. Mi rassegno all’idea di fare solo visite, visto che non funzionano neanche gli aspiratori e l’ablatore–  che dipendono tutti dal compressore– e aspetto l’arrivo di un paziente con una grave patologia, che ci è stato portato da una associazione legata ad una delle mille chiese protestanti che sono presenti in zona.

Il ragazzo, di cui avevo visto in precedenza le foto, ha un sospetto ameloblastoma che gli sta devastando metà faccia e che ha già invaso il pavimento della lingua e il collo. La tac non lascia scampo: se non ci sbrighiamo a intervenire, perderà a breve un occhio e correrà il rischio di morire soffocato, visto che il tumore gli ha già chiuso metà trachea. Ha solo ventisei anni, l’età di mio figlio e questo mi fa venire un brivido freddo alla schiena. Mi attivo subito con gli amici del nostro gruppo e, grazie ai collegamenti via internet, in poche ore arriva da Cinzia la risposta che tutti aspettavamo con ansia. Un’ equipe dell’ospedale di Parma si è detta disponibile all’intervento gratuito e abbiamo una speranza di poterlo salvare.

Martedì mattina, di buon’ora, andiamo con Gracia e Gaetha all’incontro col preside della facoltà di odontoiatria di Kinshasa, che ci aspetta per definire insieme a noi il programma relativo al corso per odontotecnici che intendiamo svolgere nei prossimi anni, con lo scopo di creare una figura professionale del tutto sconosciuta in Congo.

L’accoglienza che ci viene fatta è quella riservata alle grandi personalità, neanche fossimo investiti di chissà quale mandato. Dopo averci fatto fare un giro all’interno della struttura e averci parlato dei loro progetti per il futuro, ci riuniamo infine nello studio privato del professor Ntumba, che fa di tutto per metterci a nostro agio. Mi accompagna, in veste di traduttore, Francesco un volontario italiano che risiede da anni a Kinshasa e che si offre per farmi da interprete, visto che non posso permettermi di non capire bene quello che mi viene detto e che il mio francese ha lacune grandi quanto le buche che costellano le strade congolesi.

L’incontro dura due ore. Il professor Ntumba si dice entusiasta dell’idea, solleva  molti dubbi ai quali cerchiamo risposte condivise e, dopo una lunga ed articolata discussione, prende in mano i documenti che illustrano il progetto e lo svolgimento del corso e, dopo aver preso visone della bozza del protocollo di intenti, che intendiamo fargli approvare per iscritto, si riserva di studiare ancora le carte, prima di darci una risposta definitiva. Ci lasciamo a fine mattinata, dandoci appuntamento per venerdì per la chiusura della trattativa.

Nel pomeriggio andiamo con Francesco in giro per Kinshasa alla ricerca di un deposito dentale per vedere se è meglio comprare in loco i materiali che ci occorrono per l’ambulatorio o se convenga continuare a spedirli dall’Italia. L’unico rivenditore che troviamo è un congolese che ha per sede un magazzino di tre metri quadri nel quale sono messi alla rinfusa alcuni materiali di scarsa qualità. Alla nostra domanda di un prezziario ci dà una fotocopia sbiadita dalla quale capiamo che non è proprio il caso di comprare nulla in Congo e ci congediamo con un arrivederci che sa di un addio. Sulla mia agenda metto un “—“ alla voce rivenditori e considero conclusa l’esperienza.

Il giorno successivo sono di nuovo in città. Questa volta per portare il compressore dal tecnico indiano e per incontrarmi con Marie Claude, un importante funzionario di un’impresa belga di spedizioni che si è detta disponibile ad aiutarci per l’invio in Congo dei nostri materiali e delle nostre attrezzature. Lei è una cara amica di Madlen  che ci organizza l’incontro. Marie Claude l’ho già conosciuta lo scorso anno e so che parla  inglese, così che per me sarà facile riallacciare i rapporti con lei. Il nostro primo incontro era stato da subito cordiale, quasi avessimo un feeling naturale fatto di stima e simpatia reciproche e confido, questa volta, di poter usare la sua amicizia con Madlen e la sua sensibilità per poter raggiungere lo scopo che mi sono prefissato . Ci vediamo in un ristorante indiano al centro città, dove l’abbiamo invitata per pranzo e tra una portata e l’altra, grazie anche al contributo della birra che scorre in abbondanza, riusciamo a mettere a punto una strategia di invio gratuito della merce. La ringrazio a nome di tutta la nostra associazione e ci diamo un nuovo appuntamento per passare ancora qualche ora insieme, prima che io torni in Italia. Sulla mia agenda segno “+ +” alla voce spedizioni.

Il giovedì mattina sono di nuovo in ambulatorio per le visite e quel poco che si può fare. Passo la maggior parte del tempo a studiare il caso di una giovane ragazza, che ha una grave anchilosi della mandibola che le impedisce l’apertura della bocca e la costringe, fin da piccola, ad una alimentazione liquida. La giovane ci viene portata da due operatrici italiane, Alessandra e Roberta, che lavorano in un orfanotrofio in centro città e che hanno tentato in tutti modi di risolverle il problema, senza riuscirci. Faccio delle foto, mi metto in contatto via internet con degli amici e dopo qualche ora mi arriva la risposta di un ospedale romano che promette di studiare il caso non appena gli arriveranno gli esami radiografici fatti in Congo. Congedo la ragazza e le sue accompagnatrici con la promessa che seguirò personalmente gli sviluppi della situazione.

Nel pomeriggio accade quello che mai e poi mai ti saresti sognato di vedere in Africa. Una orchestra congolese di musica classica composta da soli neri (l’unica di tutto il continente)  si esibisce davanti a casa Patrick, su di un palco allestito per l’occasione sulla sabbia, suonando Mozart e Beethoven. Lo stupore diventa meraviglia quando viene eseguita la marcia di Radetsky. L’ultima volta che l’avevo ascoltata era stato tre anni fa quando avevo passato il capodanno a Vienna e avevo assistito al famoso concerto di fine anno. L’emozione, che mi fa venire un groppo in gola, coinvolge tutta la platea, che alla fine tributa un fragoroso applauso all’orchestra e al suo direttore spagnolo.

Venerdì sono di nuovo a Kinshasa. Abbiamo l’appuntamento col professor Ntumba per definire gli accordi per il corso e debbo incontrare un senatore congolese che in passato è stato ministro degli affari esteri e che vuole assolutamente conoscere la nostra associazione, visto che ora tutto il suo impegno sociale è rivolto ai programmi di educazione sanitaria.

Il senatore ci accoglie nella sua villa e ci presenta suo figlio, che ha studiato architettura in Italia, a Roma e a Venezia e che ovviamente parla benissimo italiano. Quando lo vedo penso che abbia più o meno la stessa età di mia figlia, anche lei architetto. Gli chiedo perciò in quali anni sia stato a Roma e scopro con immenso stupore che è stato compagno di corso di mia figlia. Gli faccio vedere delle foto e stenta a riconoscerla, ma quando sente il suo nome gli si illumina il volto. Lo stupore è per entrambi grandissimo e questo ci predispone con gioia all’incontro col padre.

Il senatore è venuto a conoscenza del nostro progetto per formare odontotecnici e ci dà immediatamente la sua disponibilità affinché il corso abbia un riconoscimento legale da parte delle autorità congolesi. Dopo uno scambio di opinioni che servono a farci capire se c’è la possibilità di una futura collaborazione per quel che riguarda l’educazione all’igiene orale, ci salutiamo con la promessa di risentirci appena possibile.

Ripartiamo con la consapevolezza di stare percorrendo la strada giusta per il nostro progetto e ci rechiamo di nuovo all’università. Il professor Ntumba ci accoglie questa volta nella caffetteria dei professori. La sala è decorata con disegni che richiamano la vita nelle foreste e dopo aver consumato una colazione degna di un hotel 5 stelle, il professore ci illustra le piccole modifiche che ritiene necessarie all’accordo e che noi approviamo immediatamente. Sugelliamo il patto con una stretta di mano e ci rechiamo insieme a lui presso lo studio del rettore dell’università che garantisce tutto il suo appoggio all’iniziativa, consapevole della occasione che forniamo loro. Ovviamente rifacciamo il giro della facoltà, ma questa volta, oltre alla visita degli ambulatori, ci rechiamo presso la divisione di chirurgia maxillo-facciale, per definire col chirurgo che segue il ragazzo affetto da ameloblastoma quale strategia per il suo ricovero in Italia. La situazione che ci prospetta è un lungo elenco di difficoltà burocratiche che incontreremo per ottenere il visto d’ingresso in Italia e di ostacoli che potrebbero allungare a non si sa quando i suo ricovero. Ci scervelliamo insieme per poter aggirare tutti gli impedimenti dovuti alle autorità congolesi e a fine mattinata ho l’amara consapevolezza che, nonostante la disponibilità dei chirurghi parmensi l’iter non sarà per nulla semplice.

Mi consolerà un gustoso pranzo, in un ristorante italiano, offerto da Marie Claude, che ci teneva a salutarmi. Sarà anche l’occasione per parlare delle spedizioni dall’Italia al Belgio. La buona notizia che mi risolleva il morale è quella che forse lei ha trovato uno spedizioniere italiano disposto al trasporto gratuito della merce nel regno belga. Torno a sera tarda in ospedale con la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile per i nostri progetti e per i ragazzi da operare.

L’ultimo giorno, quello del rientro in Italia, lo passo sconfortato nell’ambulatorio, pervaso da un senso di amara impotenza, di fronte ai continui guasti alle apparecchiature. E con il rammarico, questa volta di non aver fatto per nulla il mio lavoro di dentista. Mi consola solo il fatto di aver visto all’opera Gracia e Gaetha che mi danno la consapevolezza che non tutto quello che abbiamo fatto finora sia stato inutile. Abbiamo comunque dato un futuro migliore ai ragazzi di Kimbondo che hanno finalmente un ambulatorio con due medici.

E riparto con la convinzione che dobbiamo ancora fare molto, ma che siamo sulla strada giusta. Prima di lasciare l’ospedale rifaccio una visita alla zona dove sorgerà (spero presto) il nuovo ambulatorio. Voglio assorbire da quella spianata di sabbia tutta l’energia possibile per avere la forza di tornare. E all’aeroporto sono certo che sarò presto di nuovo in Africa. E aggiungo tre “+” sulla mia agenda.

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